Barolo Boys contro tradizionalisti

Conflitti nel vino #1

Il mondo del vino è pieno di conflitti e, poco alla volta, vorrei dedicare a questi episodi lo spazio che meritano. D’altronde è anche grazie a scontri di idee, visioni e filosofie produttive che siamo arrivati al panorama vitivinicolo attuale.

Oggi voglio raccontarti uno dei conflitti più celebri della storia del vino italiano: quello tra due fazioni mai realmente ufficiali, ma certamente molto reali.

Per capire come nasce questa contrapposizione, però, dobbiamo tornare indietro di qualche decennio.

Il Barolo degli anni Sessanta e Settanta non era il vino che conosciamo oggi. Era spesso raccontato come severo, tannico, austero e talvolta difficile da interpretare. Le lunghe macerazioni e i lunghissimi affinamenti nelle grandi botti di rovere producevano vini capaci sì di sfidare il tempo, ma non sempre facili da apprezzare se bevuti “giovani”.

Per alcuni rappresentavano la massima espressione del Nebbiolo.

Per altri erano il simbolo di un limite da superare.

Nel frattempo il mercato stava cambiando. I consumatori internazionali cercavano vini più accessibili, più immediati e pronti da bere. In Toscana, per esempio i cosiddetti Super Tuscan stavano conquistando attenzione e riconoscimenti. Insomma, il mondo del vino sembrava accelerare, mentre il Barolo appariva, per alcuni, ancora troppo ancorato alle proprie tradizioni.

In questo contesto un gruppo di giovani produttori delle Langhe iniziò a chiedersi se non esistesse un modo diverso di interpretare il Barolo, senza rinunciare alla qualità ma rendendolo più adatto ai gusti contemporanei. Tra gli anni Ottanta e Novanta, quelli che la stampa avrebbe poi ribattezzato “Barolo Boys” contribuirono in modo decisivo all’affermazione internazionale del re dei vini piemontesi.

Ma in cosa consisteva, concretamente, la loro rivoluzione?

I Barolo Boys introdussero pratiche allora considerate radicali:

  • rese più basse in vigneto per aumentare la qualità delle uve;
  • selezioni più rigorose dei grappoli;
  • fermentazioni e macerazioni più brevi;
  • utilizzo delle barrique francesi al posto delle tradizionali botti grandi in rovere di Slavonia;
  • maggiore attenzione alla pulizia e alla tecnica enologica.

L’obiettivo era, per i Barolo Boys, quello di ottenere Barolo più eleganti, fruttati e accessibili anche in età relativamente giovane, senza dover attendere decenni prima di poterli apprezzare.

Naturalmente, dove ci sono innovatori, ci sono anche conservatori.

Tra i simboli di questa resistenza spicca il produttore Bartolo Mascarello, autore del celebre slogan: “No Barrique, No Berlusconi!”. Una frase riportata persino sulle sue bottiglie che, al di là delle implicazioni politiche, esprimeva una posizione molto chiara: il rifiuto delle piccole botti francesi, considerate responsabili di alterare l’identità e l’eleganza naturale del Nebbiolo.

Per i tradizionalisti, il Barolo non era un vino da adattare al mercato. Piuttosto era il mercato a dover imparare a capire il Barolo.

L’accusa rivolta agli innovatori era pesante: sacrificare l’identità del territorio per inseguire il gusto internazionale. Secondo i critici più severi, le nuove tecniche rischiavano di uniformare i vini, rendendo meno evidenti le differenze tra vigneti, cru e produttori.

Gli stessi innovatori ribattevano che il problema fosse un altro: troppo spesso la parola “tradizione” veniva utilizzata per giustificare vini squilibrati, poco puliti o semplicemente difettosi.

Non si attese molto tempo prima che la discussione si potesse trasformare in uno scontro aperto:

articoli, degustazioni, polemiche. Ogni bottiglia sembrava diventare una dichiarazione di appartenenza.

Ma poi, chi ha “vinto”?

La risposta più immediata sarebbe: i Barolo Boys.

Dopotutto, il Barolo, ha conquistato i mercati internazionali proprio durante gli anni della rivoluzione.

Ma rispondere solo così mi sembra semplificare un po’ troppo un esito che in realtà è più complesso.

Con il passare del tempo molti produttori modernisti hanno ridotto l’utilizzo delle barrique, mentre numerosi tradizionalisti hanno adottato pratiche enologiche più rigorose e moderne. Le posizioni estreme si sono gradualmente avvicinate.

Oggi alcuni dei migliori Barolo nascono proprio dall’incontro tra questi due mondi.

Vini che rispettano il territorio e la tradizione ma, allo stesso tempo, beneficiano delle conoscenze tecniche sviluppate durante quella stagione di cambiamento.

In altre parole, nessuno ha vinto davvero o, ancora meglio, hanno vinto tutti!

Per quel che mi riguarda la vera eredità che hanno lasciato i Barolo Boys è una domanda, adattabile ad una marea di altre situazioni (anche in ambito culinario):

Quanto può cambiare un vino senza perdere la propria anima?

Ogni tradizione, per restare viva, deve confrontarsi con il cambiamento. Ma è anche vero che ogni innovazione, per essere valorizzata, deve portare rispetto per ciò che l’ha preceduta.

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