Oltre i punteggi: le voci del vino

Gianluca Morino, Cascina Garitina (Castel Boglione)

«Se mi fai la domanda sull’e-commerce, credo che il punteggio abbia ancora una sua utilità. Personalmente, però, sono contrario al “numerino”, al voto assegnato al prodotto.
Anche perché viene spontaneo chiedersi: chi è che attribuisce quel voto? E chi può davvero stabilire con un numero il valore di ciò che faccio io o un altro produttore?
Chi conosce un minimo questo ambiente sa bene che esistono milioni di fattori che non possono essere ricondotti a un semplice punteggio. Inoltre, quel voto viene espresso in un determinato momento, durante una degustazione, e può essere influenzato anche dallo stato d’animo di chi assaggia. Lo stesso vino, degustato il giorno dopo o una settimana prima, potrebbe essere percepito diversamente.
Riprendendo il discorso dell’e-commerce, oggi siamo condizionati non solo dai punteggi, ma anche dalle valutazioni in stelle. In ogni caso, si tratta sempre di giudizi espressi da terzi.
Per quanto mi riguarda, mi ritengo contrario a questo sistema, anche se appartengo alla generazione che, in fondo, questo “mostro dell’informazione” lo ha creato.»

Simone Vesuviano, quelli dell’ acciughetta, (Genova)

«Secondo me è molto difficile attribuire a un vino un punteggio che possa essere considerato universale. Ognuno vive il vino sulla propria pelle: conoscere chi lo produce, visitare un territorio, vedere con i propri occhi il lavoro dei vignaioli. Tutti questi aspetti conferiscono al vino un valore diverso.

Per questo credo che parametri realmente oggettivi con cui valutare un prodotto non esistano. O, perlomeno, la tendenza dovrebbe essere quella di avvicinare sempre di più le persone ai piccoli produttori e alle loro realtà, vivendo il vino in modo più umano e meno legato a punteggi, guide e critici.

Non mi dichiaro contrario in senso assoluto ai punteggi, ma penso che possano risultare fuorvianti rispetto a ciò che un vino è realmente.

Credo inoltre che tutto ciò che ruota attorno al vino — il marketing, l’hype che si crea intorno a certe etichette, le speculazioni — sia forse ciò che noi per primi dovremmo provare a combattere. Perché, in fondo, un chilo d’uva costa più o meno a tutti la stessa fatica. Eppure alcuni vini raggiungono determinati prezzi soprattutto grazie al racconto che si costruisce attorno a essi.

C’è chi è più bravo a comunicare e chi meno, chi riesce a dare più valore al proprio lavoro e chi meno. Ma, secondo me, valutare il vino esclusivamente attraverso un punteggio finisce per togliere una parte importante del suo racconto e della sua personalità, al di là della critica e dei canoni stabiliti.»

Ilaria Bellotti, Cascina Degli Ulivi, (Tassarolo)

«Sono d’ accordo con la valutazione a punteggio, anche se il gusto rimane sempre un fattore soggettivo.

Puoi mettere dei parametri per cui a tuo gusto dai un voto.»

Marco, Mulino di barry, (Castiglione Chiavarese)

«Dal nostro punto di vista, essendo una microazienda che oggi produce circa 4.500 bottiglie all’anno suddivise in quattro referenze, il tema dei punteggi assume un’importanza relativa.

Gli unici punteggi che riceviamo sono quelli derivanti dalla partecipazione alle varie guide. Per quanto riguarda gli e-commerce:  pur essendo presenti su alcune piattaforme, i nostri vini non sono associati a valutazioni numeriche.

Nella nostra esperienza, solo una guida ci ha dato un ritorno concreto, soprattutto in termini di visibilità. Per il resto, siamo dell’idea che il punteggio serva relativamente: può aiutare a farsi un’idea del livello qualitativo di un vino, ma non è detto che quel giudizio corrisponda ai gusti di chi lo berrà.

Lo diciamo spesso anche durante le fiere: il vino è soggettivo, può piacere oppure no. Per questo crediamo che soffermarsi troppo sui punteggi abbia poco senso, almeno per una realtà piccola come la nostra. Non so se per le grandi aziende, soprattutto sui mercati esteri, possa avere un peso maggiore, ma io posso parlare solo per la nostra esperienza.

Partecipiamo a poche guide, più che altro per ottenere visibilità e far conoscere il territorio in cui lavoriamo. Siamo in Liguria, ma in una zona dell’entroterra ancora poco conosciuta, e ogni occasione che permette di accendere un riflettore su questa realtà è benvenuta.

Anche l’appartenenza alla FIVI, la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, ci ha aiutato molto sotto questo aspetto, contribuendo a valorizzare il piccolo produttore di nicchia.

In ogni caso, credo che i punteggi abbiano un valore relativo. Un vino che per qualcuno vale 98 punti, per qualcun altro può valerne 80: tutto dipende dal metro di giudizio e dalla sensibilità personale.

Noi cerchiamo di fare il vino che piace innanzitutto a noi. Un punteggio basso non ci spingerebbe a cambiare stile per inseguire valutazioni più alte. Cerchiamo piuttosto di interpretare ogni annata e di esprimere ciò che il territorio, il lavoro del vignaiolo e il terroir hanno da offrire. Poi il resto viene da sé.»

«Aggiungo anche una cosa importante. In questi anni abbiamo ottenuto premi e riconoscimenti significativi, quindi non parlo certo dal punto di vista di una cantina che ha sempre ricevuto punteggi bassi e che, per questo motivo, guarda con diffidenza alle valutazioni. Tutt’altro: parlo con cognizione di causa.

Naturalmente un premio fa piacere e dà soddisfazione. In qualche modo ti fa pensare di essere sulla strada giusta. Ma questo non significa che il consumatore finale abbia necessariamente la stessa percezione del vino, perché il gusto rimane qualcosa di molto soggettivo.

Noi non diciamo alle persone di bere i nostri vini perché hanno ricevuto un premio. Ci interessa piuttosto sapere se quel vino piace davvero. E se qualcuno preferisce un’altra bottiglia per determinate caratteristiche, va benissimo così.

Facendo molte degustazioni e ricevendo tante persone in azienda, ci rendiamo conto che l’aspetto più bello è proprio quello umano: parlare con le persone, conoscere chi c’è dall’altra parte e condividere il territorio e il lavoro che c’è dietro ogni bottiglia.

Dietro uno schermo o dietro un punteggio è facile fermarsi alla superficie, ma poi le persone bisogna viverle, così come bisogna vivere il territorio e toccare con mano le fatiche che questo lavoro comporta.

Si parla spesso di viticoltura eroica, ma certe cose si comprendono davvero solo venendo qui e vedendole con i propri occhi. Ed è proprio questo, forse, il bello del vino: il rapporto umano e tutto ciò che c’è dietro una bottiglia, molto più di un semplice numero.»

Ludovica, Enoteca Radici (Garbagna)

«Personalmente trovo il sistema delle votazioni piuttosto fuorviante, perché il gusto rimane qualcosa di estremamente soggettivo.

Più che un numero assegnato al vino, preferirei avere informazioni che aiutino a comprenderlo meglio: sapere com’è stata l’annata, cosa aspettarsi da quella bottiglia, conoscere il modo di lavorare del vignaiolo e il contesto in cui il vino è stato prodotto.

Quando leggo che un vino ha ottenuto tre bicchieri o altri riconoscimenti, in realtà quel giudizio mi dice molto poco. Da un lato ho sempre il timore che ci sia una certa componente di “fuffa”, dall’altro un punteggio non mi spiega davvero che tipo di vino avrò nel bicchiere e quali caratteristiche dovrei aspettarmi.

Per questo motivo non considero il sistema delle valutazioni particolarmente utile, anzi, a volte lo trovo persino fuorviante.

Se proprio dovessi dare importanza a dei parametri, preferirei che riguardassero l’annata, le condizioni di lavoro del vignaiolo, i metodi utilizzati e, più in generale, tutto ciò che contribuisce a definire la natura del prodotto finale. Questi sono aspetti che, personalmente, ritengo più interessanti di un semplice numero.»

Davide, Enoteca Casana (Genova)

«Sicuramente un voto o comunque un punteggio può aiutare il consumatore a scegliere una bottiglia nell’e-commerce o in qualsiasi altro modo/posto; rimango dell’idea che un vino è buono quando ti piace, ho bevuto vini di “enorme valore” dal “punteggio alto” che non mi hanno dato le stesse sensazioni di altri, quindi la valutazione è completamente soggettiva ma può aiutare( se fatta da “persone competente”) ad avere un giudizio su una bottiglia.»

Davide, Cà Du Ferrà (Bonassola)

«Il punteggio può aiutare a vendere, ma non aiuta sempre a capire.

Per chi acquista online è un parametro utile perché semplifica una scelta complessa. Però il vino non è una gara sportiva: due vini con lo stesso punteggio possono raccontare storie completamente diverse.

Per me il voto è una sintesi, non un giudizio assoluto. Serve a orientare il consumatore, ma il vero valore di un vino resta nella sua identità e nella sua capacità di emozionare.»

Valentina Canziani, Hermann Hesse café (Savignone)

«Credo che attribuire un punteggio a un vino sia corretto, purché si comprenda che si tratta di uno strumento e non di una verità assoluta.

Un voto aiuta certamente il consumatore, soprattutto in contesti come gli e-commerce o quando si trova davanti a centinaia di etichette e ha bisogno di un riferimento rapido. Un punteggio rappresenta una valutazione tecnica dell’equilibrio, della complessità, della persistenza, della tipicità e di molti altri fattori che concorrono alla qualità di un vino. In questo senso è un indicatore utile e spesso affidabile. Allo stesso tempo, però, è un’arma a doppio taglio. Il rischio è che il numero finisca per influenzare eccessivamente il giudizio personale, portando a considerare “migliore” un vino semplicemente perché ha ottenuto un punteggio più alto. Ma il vino non è soltanto tecnica Marty, è anche emozione, sensibilità, memoria e gusto individuale.Un vino da 98 punti può essere straordinario sotto il profilo qualitativo e tuttavia non incontrare le preferenze di una persona, mentre un vino meno premiato può diventare il suo vino della vita. Per questo motivo penso che  i punteggi  siano un ottimo punto di partenza, ma non un punto di arrivo.

Forse i sistemi di valutazione tendono inevitabilmente a standardizzare un po’ il giudizio, ma è anche vero che offrono un linguaggio comune che aiuta a orientarsi. L’importante è ricordare che un grande punteggio non dovrebbe mai sostituire l’esperienza diretta dell’assaggio. Il voto ci dice quanto un vino sia ben fatto secondo determinati parametri condivisi, ma non ci dice necessariamente quanto quel vino piacerà a noi (grazie a Dio direi, altrimenti non saremmo qua a parlarne).»

Martina Pernigotti, Sapido Bistrot (Noli)

«Sicuramente può aiutare il consumatore finale (specialmente persone non del settore) a farsi un’idea di massima. Quindi ti direi che lo ritengo un sistema corretto.»

Bere Senza Fuffa, Wine influencer

«Per me i punteggi contano parecchio. Spesso guardo le valutazioni di Robert Parker perché le ritengo molto affidabili, più di quelle di altri. Se Parker assegna 90 punti o più a un vino, anche senza conoscerlo si va abbastanza sul sicuro. Magari non sarà esattamente il vino che più incontra i tuoi gusti, ma dal punto di vista tecnico difficilmente deluderà.

Se poi, una volta aperta la bottiglia, mi accorgessi che non è il mio vino ideale, continuerei comunque a proporlo a una cena, purché possa piacere ai commensali.

Per quanto riguarda le scoperte fuori dai radar, credo che oggi ce ne siano sempre meno. I vini davvero buoni, nel 2026, sono ormai quasi tutti conosciuti.»

Alessandro F. , consumatore

«Non scelgo mai un vino in base al punteggio, ma una volta che ho una bottiglia mi incuriosisce andare a sapere che punteggio ha, magari a volte anche dopo che l’ ho assaggiato.

Scelgo in base al tipo di vino che voglio bere, dando la precedenza talvolta ai vini biologici e poi guardo l’ etichetta, se mi piace o no e anche il prezzo. Sicuramente non compro vini al di sotto dei dieci euro.»

Tiziano P., consumatore

«Ti dico la verità: nella mia ignoranza quello che guardo è il punteggio usando la app Vivino. Altra cosa che faccio è ascoltare quello che mi dicono gli altri. Per esempio mio padre che è sommelier e ha un’ attività di ristorazione o altri amici sommelier. Un altro parametro che guardo è il prezzo della bottiglia, cioè più o meno uso questa metrica, dimmi te se è una fesseria o no ma avevo letto che sopra i sei euro e cinquanta il livello comincia ad essere accettabile e al di sotto di essi invece neanche prendere in considerazione l’ acquisto della bottiglia. Queste sono le mie tre metodologie ma per me che mi ritengo un profano totale.»

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