Scorrendo il catalogo di un noto venditore di vino online, riempio il carrello con le prossime bottiglie da riporre in cantina. Le idee sono abbastanza chiare ancor prima di aprire il sito, come sempre.
Mi imbatto, tra i filtri di ricerca, nella possibilità di scegliere i vini in base a un punteggio.
Dopo innumerevoli volte in cui avevo semplicemente ignorato questa possibilità, decido di fermarmi un attimo a riflettere andando, per curiosità, a vedere i vini che hanno il massimo dei voti. Al ché la domanda sorge spontanea: un vino con un punteggio molto alto è necessariamente un grande vino?
L’attenzione ai numeri
I numeri, nelle nostre vite, hanno assunto un’importanza sempre maggiore. Le calorie degli alimenti, la frequenza cardiaca letta sullo smartwatch, lo stipendio, le performance, i likes: tutto o quasi sembra essere fatto di numeri, da superare o entro cui rimanere.
Non sono di certo qui per demonizzarli.
I numeri sono utili, eccome! Rendono più semplice confrontare le cose e prendere decisioni, permettono di monitorare i progressi e, nei casi migliori, favoriscono la meritocrazia.
Tuttavia esistono anche dei limiti. Ciò che è importante non sempre è misurabile e il rischio è quello di ridurre persone, attività e, in questo caso, bottiglie di vino a una semplice cifra.
Essendomi auto-creato più domande che risposte, ho deciso di coinvolgere produttori, ristoratori, enotecari, comunicatori e consumatori. Sono emersi davvero tanti punti di vista: idee spesso convergenti ma anche punti di vista diversi.
(La versione completa che ti consiglio vivamente di visitare la trovi qui Oltre i punteggi: le voci del vino, credimi ne vale la pena!)
I punteggi aiutano davvero?
Su un aspetto quasi tutti sembrano concordare: i punteggi possono essere uno strumento utile.
Davide di Cà Du Ferrà li definisce «una sintesi, non un giudizio assoluto», mentre Valentina Canziani, dell’Hermann Hesse Café, li considera «un ottimo punto di partenza, ma non un punto di arrivo».
Anche Martina Pernigotti, sommelier del Sapido Bistrot ritiene che possano aiutare il consumatore finale, soprattutto chi non appartiene al settore, a farsi un’idea di massima.
Persino chi guarda con maggiore favore alle valutazioni riconosce però che il vino non può essere ridotto alla sola dimensione tecnica.
Il vino può davvero essere racchiuso in un numero?
Cominciano i dubbi.
Gianluca Morino, di Cascina Garitina, si chiede:
«Chi può davvero stabilire con un numero il valore di ciò che faccio io o un altro produttore?»
Secondo Morino, milioni di fattori sfuggono inevitabilmente a una valutazione numerica e lo stesso vino può essere percepito in maniera diversa a seconda del momento e dello stato d’animo di chi lo assaggia.
Una posizione simile è quella di Ludovica dell’Enoteca Radici:
«Quando leggo che un vino ha ottenuto tre bicchieri o altri riconoscimenti, quel giudizio mi dice molto poco. Un punteggio non mi spiega davvero che tipo di vino avrò nel bicchiere.»
Più che un numero, preferirebbe conoscere l’annata, il lavoro del vignaiolo e il contesto in cui nasce il vino.
Il rischio di inseguire troppo i punteggi
Per Marco del Mulino di Barry, piccolissima realtà ligure da circa 4.500 bottiglie annue, il tema assume una prospettiva particolare.
Pur avendo ricevuto premi e riconoscimenti importanti, la sua azienda non considera i punteggi un obiettivo da inseguire.
«Un punteggio basso non ci spingerebbe a cambiare stile per inseguire valutazioni più alte.»
E ancora:
«Noi non diciamo alle persone di bere i nostri vini perché hanno ricevuto un premio. Ci interessa piuttosto sapere se quel vino piace davvero.»
Le guide possono aiutare a ottenere visibilità, soprattutto per territori meno conosciuti, ma non dovrebbero diventare uno strumento con cui plasmare il vino.
Oltre il vino, c’è molto di più
Simone Vesuviano, del ristorante Quelli dell’Acciughetta, mette l’accento su un altro aspetto:
«Conoscere chi produce il vino, visitare un territorio e vedere con i propri occhi il lavoro dei vignaioli conferisce al vino un valore diverso.»
Per lui, un punteggio rischia di togliere una parte importante del racconto e della personalità di una bottiglia.
Anche Marco del Mulino di Barry insiste sul fattore umano:
«Dietro uno schermo o dietro un punteggio è facile fermarsi alla superficie, ma poi le persone bisogna viverle, così come bisogna vivere il territorio.»
E i consumatori?
Nella pratica, però, i punteggi continuano a esercitare una forte attrazione.
Bere Senza Fuffa, noto canale IG, ammette di affidarsi spesso ai giudizi di Robert Parker:
«Se Parker assegna 90 punti o più a un vino, anche senza conoscerlo si va abbastanza sul sicuro.»
Alessandro, consumatore, non sceglie mai una bottiglia in base al voto, ma confessa che, una volta acquistata, la curiosità di conoscere il punteggio rimane.
Tiziano, anche lui consumatore, racconta di utilizzare Vivino, i consigli degli amici e del papà sommelier e perfino il prezzo come parametri per orientarsi.
Forse la verità sta nel mezzo
Le testimonianze che ho raccolto mostrano come non esista una risposta univoca. C’è chi considera i punteggi uno strumento prezioso per orientarsi, chi li ritiene utili ma da prendere con le dovute cautele e chi, invece, li guarda con maggiore diffidenza.
Probabilmente, a questo punto, la risposta che cercavo comincia a delinearsi un po’ meglio: la verità sta nel mezzo.
I punteggi possono aiutare. Possono rappresentare un’indicazione, soprattutto in un mercato sempre più vasto e complesso, ma difficilmente possono essere una verità assoluta.
Le bottiglie che ricordo con meno fatica non so dire se fossero perfette. Magari no. E forse non avevano nemmeno i punteggi più alti. Eppure sono rimaste impresse nella memoria perché associate a una cena tra amici, a un’occasione importante, a una serata qualsiasi.
Forse è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del vino: la sua capacità di trasformarsi, a volte, in qualcosa che va oltre il bicchiere.
Per fortuna, almeno i ricordi non sono oggettivi.

Lascia un commento