Tornando dalla Borgogna ho mille cose per la testa: idee, curiosità, domande e quant’altro. In tutto ciò una cosa è certa: la visita al villaggio di Vosne-Romanée e dei suoi clos merita qualche parola. Ma lo faccio soprattutto per me, questa volta. Per poter rileggere queste righe e usarle come strumento per ricordarmi dell’esperienza.
Dopo un paio di giorni di rodaggio dall’ingresso in Francia, utili per ambientarci al meglio e per rispolverare il francese ormai assopito da anni, era arrivato il momento di buttarci nel cuore pulsante dell’enologia e della viticoltura della Borgogna. Così, partendo da Beaune con curiosità e “fermento”, ci siamo diretti verso la Côte de Nuits.
Lo scopo? Andare a visitare le vigne che danno i vini che mi sono sempre stati descritti come leggendari, dai libri ma anche e soprattutto da chi quei vini non li ha mai bevuti.
Siamo in un periodo particolare. Il paese, pardon, il villaggio di Vosne-Romanée, come tutti gli altri visitati fino a quel momento, sembra abbandonato. C’è un silenzio interrotto solo ogni tanto da qualche trattore che porta le uve appena raccolte nelle rispettive cantine dei domaine.

Salendo per una stradina e costeggiando un cancello neanche troppo sfarzoso con il campanello “Domaine de la Romanée-Conti”, ci troviamo nel mezzo di uno dei clos più discussi e conosciuti al mondo. Il panorama non è vario: è una distesa infinita di viti con un’altissima densità d’impianto. I clos sono separati tra loro da muretti bassi, dove è espressamente sottolineato il divieto di salirvi sopra. Strade sottili e più o meno dritte creano piccoli incroci. Furgoni posteggiati fanno scendere vendemmiatori che si perdono tra i filari, ogni tanto lanciando qualche urlo o qualche canto stonato ad accompagnare il lavoro.

I grappoli di pinot nero sono piccolini, compatti, molto vicini a terra, perfetti. Resisto alla tentazione di staccarne uno per morderlo perché so, in cuor mio, che di quelle bottiglie che ne usciranno, il massimo che potrò mai permettermi è assaggiare quell’uva così preziosa. Ma lascio perdere. Prima di tutto per rispetto, ma poi, non odiatemi, per paura di non sentire niente di che, se non un semplice sapore di uva da vino e nulla di più.
Parlo di Romanée-Conti, non del vino che porta il suo nome. Quindi se ad un certo punto della lettura ti aspettavi una scheda tecnica o un’ analisi sensoriale questo non è il posto giusto. Le bottiglie non si trovano facilmente, e quando si trovano vanno da qualche migliaio di euro a qualche decina di migliaia, se non di più, per unità.
Mentre camminiamo tra quei filari così silenziosi, viene naturale chiedersi come un fazzoletto di terra tanto piccolo, quasi anonimo se non fosse per quel nome scolpito su pietra all’ingresso, sia diventato il nome più mitizzato di tutta l’enologia mondiale. La risposta, come spesso accade in Borgogna, non la trovi tanto nei filari quanto nei secoli passati.
Bisogna tornare indietro fino al 1232, quando l’abbazia di Saint-Vivant comincia a plasmare un vigneto che i monaci, con la pazienza certosina che li contraddistingue, divideranno poi in parcelle preziose, tra cui il Clos des Cloux. Sono loro, nel corso del XIII secolo, a trasformare quelle colline in una sorta di oro liquido (ante litteram), osservando pendenza dopo pendenza quali terre regalassero un vino diverso da tutti gli altri. Il vigneto passa poi, tra il Quattrocento e il Seicento (le fonti storiche non concordano su una data unica), nelle mani dei Croonembourg, una famiglia fiamminga che decide di ribattezzarlo “Romanée”, in omaggio a un antico legame con l’epoca romana che ancora oggi aleggia, quasi leggendario, su queste terre.
Nello stesso periodo la famiglia amplia il possedimento con La Tâche, dando forma a un dominio che di lì a poco diventerà leggendario. Ma è nel 1760 che la storia prende la piega che tutti conosciamo: il Principe di Conti si aggiudica la vigna, pagandola a peso d’oro pur di strapparla a un’altra pretendente illustre, Madame de Pompadour, e decide di isolare vigna e cantina, racchiudendole in un clos murato. Un gesto che oggi sembra scontato, ma che all’epoca fu un’intuizione quasi visionaria: isolare fisicamente un terroir per proteggerne l’unicità. Non a caso, poco dopo la Rivoluzione Francese, nel 1794, il nome “Romanée-Conti” viene ufficializzato, e con esso il suo prestigio.
Sarà poi il lavoro delle famiglie de Villaine e Leroy, nel Novecento, a trasformare quella reputazione in mito, curando il domaine con una dedizione che rasenta l’ossessione e che ha permesso a Romanée-Conti di attraversare intatto guerre, crisi e mode passeggere del vino.

Oggi quel piccolo clos produce appena 5-6.000 bottiglie all’anno, frutto di un terroir unico che si trova a circa 240 metri sul livello del mare. Le annate più recenti si scambiano già a decine di migliaia di euro a bottiglia, ma è nelle aste che si toccano le cifre da capogiro: nel 2018 una bottiglia del 1945 fu battuta per oltre 500.000 dollari, il prezzo più alto mai pagato per un vino. Numeri che, visti da qui, in mezzo ai filari, sembrano quasi assurdi: non c’è nulla, all’apparenza, che distingua questo pezzo di terra dal clos accanto. Eppure è proprio in quella apparente normalità che si nasconde il segreto della Borgogna.
Dagli anni Ottanta i vigneti sono coltivati in regime biologico, e nei decenni successivi il domaine ha scelto di avvicinarsi ancora di più alla terra, abbracciando pratiche che strizzano l’occhio alla biodinamica: niente pesticidi di sintesi, ma preparati vegetali contro le muffe e rese volutamente bassissime, pensate non per massimizzare la quantità ma per preservare l’equilibrio del suolo, quello stesso equilibrio che poi si ritrova, si dice, in ogni sorso.
In cantina la filosofia non cambia: la fermentazione avviene in modo naturale, a basse temperature, senza il ricorso a lieviti selezionati, lasciando che sia il vigneto stesso, con la sua flora spontanea, a raccontare la propria storia nel bicchiere. Segue poi l’affinamento in barrique di rovere nuove, per un periodo compreso tra i sedici e i venti mesi: insomma verrebbe da dire che questo è il tempo necessario perché un pezzo di terra come questo diventi finalmente leggenda.


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