Sento un sacco di opinioni sul nuovo film di Christopher Nolan: c’ è chi dice che non ha rispettato fedelmente la storia di Omero, chi dice che sia un capolavoro indiscusso e chi dice che gli episodi mitologici siano rimasti un po’ slegati dal senso profondo del viaggio.
Personalmente, a distanza di giorni dalla mia prima visita al cinema dopo anni per andare a vedere il film, sono rimasto con la voglia di rivederlo di nuovo il più presto possibile e con una domanda di vitale importanza che mi ha spinto a cercare quante più informazioni possibili tra le testimonianze storiche:
Che vino si beveva a Itaca?
Un’isola impegnativa
Ad oggi Itaca è una piccola isola del mar Ionio, separata da Cefalonia da un braccio di mare stretto. Poco più di 90 km², rilievi che superano gli 800 metri, ben poca pianura. (Era un’ impresa tornarci o piantarci una vigna?)
Il clima, tuttavia, ci mette una pezza: estati calde e asciutte, inverni miti, mare ovunque, tanta luce in stagione. Il tipo di clima che la vite ama da sempre, a prescindere dall’epoca.
Ed è un punto che mi sta a cuore quando si parla di vino: prima dei vitigni conta tantissimo il territorio. Itaca, per quanto scomoda da lavorare, il vino lo permetteva già da un pezzo.
L’Odissea, giusto per ricordarlo, non è un documento storico: è un poema epico messo per iscritto secoli dopo gli stessi fatti che va a raccontare. Insomma, se vai a cercare la carta dei vini presentata ai pretendenti di Penelope ogni sera, non la troverai. Gli studiosi però collocano nel tardo Bronzo il mondo che descrive, più o meno tra il XIII e il XII secolo, lo stesso periodo in cui la tradizione fissa la guerra di Troia.
In quel Mediterraneo il vino non era certo una novità visto che se ne beveva da secoli, e parecchio!
Dunque, dato che il vino scorreva un po’ ovunque e che quelle zone erano particolarmente vocate, viene naturale farsi un’ altra domanda: com’ era, o almeno, come poteva essere questo vino?
Forse un vino da tutti i giorni, non da esportazione
Cercando qua e la ho trovato ripetutamente sempre gli stessi nomi : Chio, Lesbo, Taso, i vini della Tracia, quelli che i poeti greci citavano un po’ come noi oggi citiamo un Brunello di Montalcino. Tuttavia Itaca in quelle liste non compare, e questo non mi stupisce: troppo piccola per garantire produzioni destinate all’ esportazione. Quindi rimane più plausibile la produzione a esclusivo uso locale e riservata alla corte del Re.
Non un vino da vetrina, ma un vino di comunità, legato in modo stretto al proprio pezzo di terra. Se non fosse un pelino anacronistico, giusto di qualche migliaio di anni, verrebbe da definirlo un Vino del contadino.
La vinificazione ai tempi di Ulisse
Togliamoci dalla testa tutto quello che oggi diamo per scontato: niente botti d’acciaio, niente controllo della temperatura, niente lieviti selezionati in laboratorio.
La fermentazione partiva da sola, grazie ai lieviti già presenti sulla buccia degli acini e nell’ambiente di cantina, se di cantina si può parlare. Il vino finiva poi in grandi contenitori di terracotta, pithoi e anfore, che facevano insieme da recipiente, da mezzo di trasporto e da stoccaggio.
Non sto improvvisando: le tavolette in lineare B trovate nei palazzi micenei, a Pilo per esempio, registrano quantità di vino e forniture con estrema precisione contabile. Sempre a Pilo c’era un magazzino con una venticinquina di grandi pithoi dotati di fori di scolo, probabilmente usati proprio per fermentare e conservare. Ad Akrotiri, su Santorini, è stato trovato un vero impianto di pigiatura collegato a un pithos di raccolta. A Tiryns, dei vinaccioli che raccontano una vite già in fase di addomesticamento.
E a Itaca? Nel sito di Agios Athanasios, la “Scuola di Omero”, che l’Università di Ioannina scava da decenni e che qualcuno identifica proprio col palazzo di Ulisse, sono emersi i resti di un complesso miceneo databile intorno al 1300 a.C. Prova, se non altro, che l’isola all’epoca non era il paesino di provincia che potremmo immaginare.
Il risultato poteva essere a occhio e croce un vino ben lontano da quello a cui siamo abituati oggi: instabile, diverso da un’annata all’altra, senza nessuna garanzia di ripetibilità. Ogni produttore aveva il suo metodo, e lo stesso vino poteva cambiare carattere anche durante la conservazione, prendendo note che oggi chiameremmo ossidative.
Verrebbe da dire che fosse un vino peggiore di quello di oggi, ma non è bello criticare il lavoro duro dei produttori, e comunque era semplicemente il vino che le conoscenze del tempo permettevano di fare.
Il dettaglio che oggi ci fa un po’ sorridere
C’è un’usanza che mi ha colpito particolarmente: il vino si beveva quasi sempre allungato con acqua, mescolati in una certa proporzione in vasi appositi chiamati crateri. Bere vino puro era considerato un comportamento da barbari, roba da gente senza controllo. A questo punto dovrei indagare sui miei nonni visto che loro mescolavano il vino rosso con l’ acqua Ferrarelle: erano Achei e lo scopro solo ora?
Ma veniamo al Ciclope: nel film di Nolan troviamo un gigante monoculare che rimane a bocca asciutta (perdona lo spoiler) ma nel racconto originale Ulisse infrange la regola non scritta della diluizione offrendo a Polifemo vino puro e fortissimo per stordirlo prima di accecarlo. Probabilmente è la prima volta nella storia della letteratura in cui bere responsabilmente è costato al bevitore un occhio, letteralmente.
Il vino con cui lo mette ko, tra l’altro, ha pure un nome: viene chiamato “pramnio”, scuro e corposo, citato più volte nel poema. Non sappiamo con certezza da dove venisse, ma la sua fama tra i greci è un indizio che anche allora esistevano vini da status.
Che uve poteva bere Ulisse?
Qui entro nel campo delle ipotesi plausibili, non delle certezze, meglio dirlo chiaramente prima di andare avanti.
Le varietà coltivate in età micenea non corrispondono ai vitigni che conosciamo oggi coi loro nomi: quelli si sono selezionati e stabilizzati nei secoli successivi. È però verosimile che fossero antenate delle varietà autoctone che ancora oggi caratterizzano le Isole Ionie e che la vinificazione privilegiasse uve a bacca scura, adatte a vini corposi come lo stesso pramnio lascia intuire.
Alcuni ritrovamenti in altre zone del Mediterraneo, tra cui tracce chimiche di resina di pino in residui di anfore e relitti dell’età del Bronzo, indicano che la resina veniva talvolta aggiunta al vino, forse come conservante. Una specie di bisnonna, alla lontana, della retsìna che si beve ancora oggi in Grecia.
Suggestivo, ma resta un’ipotesi, non un dato di fatto. Non sarà possibile trovare la carta dei vini di re Ulisse (l’ho già detto, lo so, ma repetita iuvant, anzi τὰ πολλάκις λεγόμενα ὠφελεῖ).
E oggi, a Itaca, si fa ancora vino?
Sì, anche se su scala molto ridotta. L’isola conserva una piccola tradizione vitivinicola portata avanti soprattutto da aziende familiari, con superfici vitate limitate e una produzione che finisce quasi tutta tra consumo locale e turismo.
Tra le varietà coltivate nelle Isole Ionie si trovano nomi come Robola, Mavrodaphne, Tsaousi, Vostilidi e diverse altre uve autoctone. Va detto, per correttezza, che le denominazioni più celebri, Robola di Cefalonia su tutte , appartengono all’isola vicina, che ha anche una DOP. A Itaca la produzione resta più artigianale e frammentata, senza una DOP propria.
Non è più il vino del leggendario re di Itaca. Ma resta comunque il frutto di un’isola in cui paesaggio, clima e mare continuano a decidere cosa finisce nel bicchiere. Esattamente come tremila anni fa, solo che oggi, per tornare a casa, bastano le navi e qualche anno in meno.

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