Cascina San Leto: il coraggio di seguire la propria terra

Nonostante il fine settimana di caldo afoso non ci siamo lasciati abbattere dal caldo e, dopo qualche ora di relax nella piscina di Costa Vescovato, ci siamo rimessi in cammino. Ad accompagnarci, il canto incessante delle cicale, colonna sonora perfetta per realizzare un desiderio che da tempo riposava in un cassetto: andare a trovare Daniele Ricci a Cascina San Leto.

Fino a oggi, quel nome aveva acquisito pian piano il sapore di una leggenda: ho sentito ristoratori, sommelier e vignaioli parlarne con un misto di grande rispetto e curiosità, e ogni racconto era un tassello in più.

In generale, le “voci di corridoio” sono sempre state d’accordo su alcuni punti: un Timorasso diverso dagli altri, una cantina dove la sperimentazione non è influenzata dalle tendenze del momento, ma è un vero e proprio modo di vivere il vino in tutte le sue sfumature: dal rapporto con il suolo alla vinificazione, fino all’affinamento.

All’arrivo basta poco per capire che Cascina San Leto vanta uno dei lussi più difficili da trovare, oggi: quello di rallentare.

La cascina è abbracciata da un anfiteatro naturale di vigneti e collegata alle località vicine da antichi sentieri che attraversano i colli senza quasi sfiorare l’asfalto. Qui respiri il silenzio della campagna autentica, interrotto solo dal vento e dal lavoro tra i filari. Un posto che comincia a raccontarsi da solo appena superi l’insegna a bordo strada.

Daniele ci accoglie nel suo mondo con un sorriso e la pacatezza di chi ha tanto da raccontare, ma sa che certe storie hanno bisogno del loro tempo. Non c’è fretta. Qui il vino si assaggia, ma prima ancora va ascoltato.

Si parte con una novità: il BB, una Barbera vinificata in bianco. Colpisce subito per l’acidità tipica del vitigno, i riflessi tra l’ambrato e il dorato e le inaspettate note floreali e fruttate.

Poi arrivano le altre etichette: Rispetto, Derthona, San Leto, San Martino e Il Giallo di Costa. Noto che il vino comincia a non essere più centrale e l’attenzione si sposta leggermente verso i racconti del produttore. Le visite in cantina che ricordo più volentieri sono proprio queste: quelle in cui è il calice ad accompagnare le parole e non viceversa.

Daniele racconta di come tutto è cominciato, della scelta di lasciare un lavoro sicuro per tornare tra queste colline, di quella voce interiore che continuava a riportarlo alla terra di famiglia. Racconta dei suoi genitori, che hanno creduto in lui quando quella scelta sembrava tutt’altro che scontata, e dell’ammirazione per vignaioli come Stefano Bellotti, tra i primi a dimostrare che un’agricoltura rispettosa della natura non era un’utopia, ma una strada possibile.

Mentre Daniele racconta, capisco che per lui il vino va ben oltre il semplice prodotto: è la naturale conseguenza di un modo di vivere la campagna. Una filosofia che si ritrova tra i filari di viti coltivate senza prodotti chimici di sintesi, dopo il lungo e impegnativo percorso di conversione al biologico, e che continua in cantina, dove fermentazioni spontanee, lunghe macerazioni, affinamenti in botti di acacia e in anfora non sono scelte dettate dalle mode, ma strumenti attraverso cui lasciare che siano il territorio e l’annata a esprimersi con sincerità.

L’impressione che ho, a questo punto, è questa: è la continua ricerca ad aver reso Daniele Ricci uno degli interpreti più autorevoli del Timorasso, oltre ai grandi sacrifici. Ogni vino nasce dalla voglia di capire fin dove possa spingersi un vitigno straordinario. Il Giallo di Costa esplora le lunghe macerazioni sulle bucce, Io Cammino da Solo racconta l’affinamento in anfora, mentre la Croatina dedicata al nonno Elso (a cui ha dedicato un’etichetta) custodisce uno dei legami più profondi con la storia della famiglia, tanto da essere proposta solo dopo un lungo invecchiamento.

Tra un racconto e l’altro emerge anche il futuro della cascina. Mattia, il figlio, spunta fuori interrompendo per poco i racconti di papà, ma sorridendoci con lo stesso sorriso che ci ha accolti all’inizio. È evidente che il passaggio di testimone è già iniziato. Dopo gli studi in enologia ha scelto di affiancare il padre, condividendo con lui curiosità e rispetto per la terra, ma cominciando ad avere le proprie idee e i propri progetti. Così Daniele approva e lascia fare. Insieme stanno scrivendo il prossimo capitolo di questa storia, anche attraverso il nuovo vigneto di Carezzano, dove il Timorasso continuerà a essere il protagonista.

Alla conclusione della visita rimango con altre domande, come sempre. E saranno queste domande a riportarmi qui, oltre alla curiosità di provare la cucina della moglie Loredana che, rimanendo coerente con la filosofia della cantina, segue la stagionalità, il territorio e la semplicità.

Il fascino e il merito non risiedono solo nel prodotto finale ma nel coraggio dei produttori che, da soli o in cooperazione, hanno deciso di dedicare la vita a raccontare queste colline, una vendemmia dopo l’altra, tentativo dopo tentativo.

Lascia un commento