Dal Nebbiolo al metodo ancestrale: i vini a cui non voglio rinunciare

In passato la mia cantina non ha mai avuto un ordine preciso: c’era sempre di tutto, tra bottiglie regalate e altre comprate per curiosità, spesso senza sapere molto più dell’uvaggio e della provenienza.

Così alcune bottiglie sono passate senza lasciarmi molto, altre hanno accompagnato serate divertenti, altre ancora mi sono piaciute così tanto da ricordare ancora oggi in quale occasione le avessi aperte, anche a distanza di mesi.

Con il tempo, bottiglia dopo bottiglia, le idee hanno iniziato a mettersi in ordine. Lasciandomi alle spalle vini che non mi dicevano nulla, ho “costruito” la mia cantina: un piccolo spazio che parla dei miei gusti, dei ricordi e degli anni passati a cercare, assaggiare e capire cosa mi piacesse davvero.

Insomma, qualcosa che a suo modo ha una sua anima. Almeno per me.

Non sempre si tratta di vini famosi o particolarmente gettonati. Semplicemente li ho incontrati lungo la strada e ci sono rimasto legato.

Ed è proprio per questo che oggi li condivido, senza metterli in ordine di importanza.

Nebbiolo, Barolo e Barbaresco

La mia passione per il vino è nata con il Nebbiolo, in tutte le sue forme e sfumature.

Mi ha fatto da battesimo nel mondo dei rossi e da allora è sempre rimasto presente, anche quando di vino capivo ancora poco.

Dal Nebbiolo delle Langhe a quello del nord Piemonte, fino alla Valtellina con una delle sue espressioni più rappresentative: lo Sfursat.

E, sempre restando sul Nebbiolo, non posso mai farmi mancare un paio di bottiglie di Barolo e Barbaresco: le due perle delle Langhe, unite dalla stessa uva ma con caratteri diversi. Da una parte la potenza del Barolo, dall’altra l’eleganza del Barbaresco.

Pinot Nero di Borgogna

Obbligatorio.

È in Borgogna che il Pinot Nero raggiunge, secondo molti, una delle sue massime espressioni.

Per questo almeno una bottiglia la tengo sempre in cantina. Non solo perché è un vino che amo, ma anche perché ogni volta che mi trovo davanti alla cantina provo una certa soddisfazione nel vedere lì un piccolo pezzo di Francia.

E non un pezzo qualsiasi: un pezzo di Borgogna.

Piccola nota: quando si parla dei vini di Borgogna, soprattutto nell’area della Côte d’Or, bisogna tenere conto delle quattro principali classificazioni, in ordine crescente di prestigio: AOC regionale, AOC comunale, Premier Cru e Grand Cru.

Detto ciò: per trovare un grande Pinot Nero borgognone non è necessario puntare subito a un Grand Cru spendendo cifre importanti. Spesso alcune cantine classificate come AOC comunale producono vini straordinari, con qualità altissima e prezzi ancora accessibili.

Certo, bisogna informarsi bene e conoscere i produttori giusti.

Chablis

Lo Chablis è un’altra perla della Borgogna che non voglio farmi mancare.

A differenza di molte zone della Côte de Beaune, dove il legno è più presente, nello Chablis spesso si preferiscono vinificazioni che puntano a valorizzare il lato più minerale e fresco dello Chardonnay, limitando l’influenza aromatica del legno.

Per questo l’acciaio è molto utilizzato, anche se il legno non è affatto assente, soprattutto in alcuni premier cru e grand cru.

Quello che faccio io è questo: tenere uno Chablis affinato in acciaio, uno che fa legno e uno Chardonnay della Côte de Beaune, con la speranza, un giorno, di aprirli insieme e vedere le differenze nello stesso momento.

Probabilmente è uno dei modi migliori per rendersi conto di quanto possano cambiare le espressioni dello stesso vitigno in base al territorio e alla vinificazione.

Va anche detto che, quando nello Chablis si utilizza il legno, spesso non lo si fa per cercare note tostate o vanigliate, ma per favorire una leggera micro-ossigenazione e dare più struttura e complessità, mantenendo comunque il territorio in primo piano.

Timorasso

L’ho conosciuto bene in Val Borbera grazie ad Andrea Tacchella e in Valle Scrivia con Gianfranco Antoniali, unico produttore della zona e da lì ho iniziato ad approfondirlo allargandomi fino ai Colli Tortonesi.

Mi ha colpito subito: prima per la personalità, poi per il modo in cui evolve nel tempo e infine per la sua versatilità.

Il Timorasso, infatti, si presta a diversi tipi di vinificazione: può essere prodotto come bianco “base”, affinato in legno, macerato oppure persino spumantizzato.

In ogni interpretazione mantiene quella forte personalità di cui parlavo prima, insieme a una grande struttura e a un ottimo potenziale evolutivo.

Per certi aspetti può ricordare vagamente il Riesling.

Pensare che negli anni ’80 quest’uva stesse lentamente cadendo nel dimenticatoio rende ancora più interessante la sua rinascita.

Oggi il Timorasso è diventato una vera chicca del basso Piemonte e la superficie vitata continua a crescere, tanto che nel giro di pochi anni è diventato uno dei veri fiori all’occhiello dei bianchi piemontesi.

Bianchetta Genovese

Qui entra in gioco anche il sentimento verso la mia terra, quindi chiedo scusa se non parlerò di sentori o analisi tecniche. Per me la Bianchetta rappresenta il panorama vitivinicolo genovese nella sua essenza più profonda.

Sta bene praticamente con tutto: dalla focaccia bella unta per le colazioni più coraggiose, fino alla classica frittata di bianchetti, al fritto misto di pesce e a molti altri piatti della tradizione ligure. Ma sta bene anche stappata su un muretto fronte mare, per un aperitivo improvvisato o in tutte quelle occasioni semplici in cui non serve trovare grandi motivi per aprire una bottiglia.

La mia immagine più rappresentativa della genovesità enogastronomica non è qualcosa di complesso: un conetto di acciughe fritte in Sottoripa e un calice di Bianchetta Genovese. Punto.

Metodo Classico

Una bottiglia di bollicine in cantina ci vuole sempre. Sono probabilmente i vini più versatili da avere a disposizione: perfetti come aperitivo, ma anche capaci di accompagnare tranquillamente un intero pasto e, soprattutto, di salvare tutte quelle occasioni improvvisate in cui ci si ritrova a tavola senza aver pianificato nulla.

Non ho un’azienda di riferimento precisa. Anzi, negli ultimi tempi, complice l’aumento dei prezzi ma anche la voglia di continuare a esplorare, preferisco cercare bottiglie nuove piuttosto che orientarmi sempre verso i nomi più conosciuti.

Mi piace scoprire piccole realtà, produttori meno noti e territori fuori dai percorsi più battuti e devo dire che questa scelta mi ha regalato alcune delle sorprese migliori.

Per questo cerco sempre di tenere una o due bottiglie di Metodo Classico pronte da aprire e condividere. Tanto con le bollicine è facile: trovano sempre il loro momento.

Metodo Ancestrale

I Metodo Ancestrale si sono conquistati molto velocemente un posto nella mia cantina. Una volta superato il tabù del deposito sul fondo, che ormai mi rifiuto di chiamare con il dispregiativo “fondazza”, sono diventati una presenza fissa.

Cene romantiche, Grigliate, Natale, aperitivi, cene di pesce, pizza oppure semplicemente da aprire la sera davanti al mare con la canna da pesca in mano: stanno bene sempre.

Hanno quella capacità, non troppo comune tra i vini, di essere informali ma senza essere banali e forse è proprio questo che me li ha fatti apprezzare così tanto. Alla fine il Metodo Ancestrale riesce a trovarsi a suo agio praticamente ovunque.

(E mette a proprio agio chiunque.)

Pouilly-Fumé

Tornando in Francia, c’è una regione vitivinicola che parte dalla costa atlantica e attraversa il Paese fino quasi al centro: la Loira.

Una terra famosa soprattutto per i castelli, ma che custodisce anche un patrimonio enologico enorme e una sorprendente varietà di territori e stili.

Ed è qui che il Sauvignon Blanc trova, secondo me, una delle sue espressioni più interessanti.

In questa parte della Loira troviamo infatti due denominazioni molto conosciute: AOC Sancerre e AOC Pouilly-Fumé, poste sulle due rive opposte del fiume.

I terreni condividono diverse caratteristiche, ma nella zona di Pouilly è più presente la selce, quella che a scuola trovavamo indicata come pietra focaia.

Ed è qui che arriviamo al punto.

Il termine Fumé non deriva da un passaggio in legno o da aromi dati dalla vinificazione, ma richiama proprio quel profilo che spesso viene associato al territorio: note minerali, pietrose e talvolta di pietra focaia.

Una chicca che secondo me merita assolutamente di essere provata.


Questa, oggi, è la mia cantina.

Probabilmente tra qualche tempo cambierà ancora: entreranno bottiglie nuove e altre, magari, me le lascerò alle spalle.

Ma in fondo è anche questo il bello. Non è qualcosa di fermo: prende forma insieme ai gusti e al percorso di chi la costruisce.

Lascia un commento