Storia di Valentina, colei che vuole fare del vino un racconto accessibile

In un mondo del vino che spesso tende a complicarsi da solo, ci sono persone che scelgono una strada diversa: raccontarlo in modo diretto, comprensibile, umano. Valentina, oggi alla guida di un bar enoteca nell’entroterra ligure, appartiene a questa categoria. La sua storia attraversa campagna, ristorazione, miscelazione e cantine, ma ha sempre avuto un filo conduttore preciso: il desiderio di tenere il vino vicino alle persone, senza trasformarlo in un linguaggio per pochi.

Oggi, partendo da casa, ho percorso qualche chilometro per giungere nel luogo dove Valentina trova la sua pace: un piccolo borgo che conta pochissime anime affacciato su una valle che in tempi passati ospitava vigne a perdita d’ occhio e che ora, purtroppo, sono diventate solo un lontanissimo ricordo: la Valbrevenna.


Nata nel 1975 in una piccola frazione della Valle Scrivia, Valentina è cresciuta in campagna, in un contesto in cui il rapporto con la terra faceva parte della vita quotidiana. Da bambina aiutava il padre nell’orto e passava molto tempo nei boschi dietro casa. È lì che, ancora prima di entrare davvero nel vino, ha imparato qualcosa che poi sarebbe tornato in tutta la sua esperienza: la natura ha tempi propri, e non ammette scorciatoie.

Anche il vino, in casa sua, è sempre stato una presenza concreta. Suo padre, Gianfranco, ha sempre fatto vino e continua a farlo ancora oggi, a novant’anni, lavorando uve Barbera provenienti da Monleale. Per chi cresce in un ambiente così, il vino non è un oggetto distante né un argomento teorico: è parte dei gesti di tutti i giorni, degli odori della cantina, della vendemmia, delle damigiane, di un sapere pratico che si trasmette senza bisogno di grandi spiegazioni.

Accanto a questa dimensione familiare, ce n’è stata presto un’altra che ha lasciato il segno. La domenica la sua famiglia andava spesso al ristorante, e tra i luoghi frequentati ce n’era uno che per lei aveva qualcosa di speciale: il Ristorante Belvedere al Santuario della Vittoria. Negli anni Ottanta, quel posto rappresentava una forma di cura e di attenzione che colpiva anche una bambina. Il vino veniva servito con rispetto, il servizio era preciso, i dettagli contavano.

In quel contesto, una figura in particolare attirò la sua curiosità: Enzo Agosti, il proprietario. Usciva spesso dalla cantina con una bottiglia in mano e la mostrava come si mostra un oggetto prezioso. Valentina osservava le etichette, i colori, i profumi che si sprigionavano all’apertura. Quella curiosità non passò inosservata, e fu proprio Enzo a iniziare a portarla in cantina e a spiegarle le prime cose.

Tra i ricordi che conserva con maggiore precisione, ce n’è uno che segna un passaggio fondamentale: il momento in cui le vennero spiegati Nebbiolo, Barbaresco e Barolo. A dieci anni, capì che la stessa uva poteva dare risultati completamente diversi a seconda del territorio, del clima, dell’affinamento e della mano di chi la coltiva. È stata una delle prime intuizioni forti del suo rapporto con il vino: dietro ogni bottiglia non c’è solo un prodotto, ma una trasformazione complessa, fatta di natura e interpretazione.

Terminata la scuola, Valentina ha iniziato a lavorare nei bar del paese. Erano anni in cui il vino quotidiano aveva nomi semplici e molto presenti nella cultura di allora: Barbera, Bonarda, Dolcetto, il bianco ligure bevuto con la focaccia, e nelle occasioni più importanti le bottiglie più riconoscibili del momento, da Berlucchi a Ferrari, fino a qualche Moët.

Parallelamente, si è avvicinata al mondo della miscelazione. Negli anni Novanta si è trasferita a Londra, dove ha trascorso tre anni intensi, immersa in un ambiente dinamico, con molto lavoro e una cultura del bere più ampia e strutturata. Tornata in Valle Scrivia, ha trovato un contesto molto diverso, ma non lo ha letto come un limite. Piuttosto, ha intuito che certi cambiamenti sarebbero arrivati anche lì, solo con tempi diversi.

Nel tempo è diventata barman professionista e sommelier, ma proprio entrando più a fondo nel settore ha iniziato a prendere le distanze da alcune sue dinamiche. In particolare, non si è mai riconosciuta in un certo modo di raccontare il vino: troppo complesso, troppo formale, a tratti quasi esclusivo. L’idea che per bere o capire il vino fosse necessario appartenere a una cerchia ristretta non le è mai sembrata convincente.

A cambiare davvero il suo sguardo sono state soprattutto le visite in cantina. Lasciate da parte le associazioni, ha iniziato ad andare direttamente dai produttori. Ed è lì che ha trovato un rapporto con il vino molto più vicino a quello che cercava: persone concrete, spesso con le mani sporche di terra, capaci di raccontare il proprio lavoro con semplicità e precisione, senza costruire distanza.

Da quelle esperienze è emersa in modo chiaro una convinzione che ancora oggi guida il suo lavoro: il vino non è prima di tutto un esercizio di stile o un linguaggio tecnico, ma un fatto familiare, culturale e umano. È qualcosa che nasce da un luogo, da un gesto, da una storia, e che per questo dovrebbe poter essere raccontato senza mettere in soggezione chi ascolta.

Nel 2006 Valentina ha avviato la sua attività a Savignone: l’ Hermann Hesse.

La miscelazione era la sua base professionale, ma nel tempo ha sentito sempre più forte l’esigenza di dare più spazio al vino. La svolta è arrivata anche grazie alla una frase Stefano Albenga, responsabile della categoria vino di un grande distributore, che lei considera una figura di riferimento. Un giorno le disse:

“Se non puoi farlo tu, chi altro potrebbe?”

Quella frase ha avuto il peso di una conferma. Da lì in avanti, quello che fino a quel momento era un cocktail bar si è trasformò anche in una vineria, e il vino diventò il centro del progetto.

Oggi Valentina definisce il proprio ruolo in modo molto chiaro: fare da ponte tra chi produce il vino e chi vuole semplicemente bere un buon bicchiere senza sentirsi ignorante. È una definizione semplice, ma molto precisa. Dentro c’è un’idea di accoglienza, ma anche una presa di posizione contro ogni forma di elitismo inutile.

Per questo, nel suo modo di raccontare il vino, evita quasi sempre il linguaggio classico della sommellerie. Preferisce parole quotidiane, immagini, sensazioni che chiunque possa capire. Non per semplificare in modo superficiale, ma per restituire al vino una dimensione più naturale, più vicina all’esperienza reale di chi beve.

Alla domanda su quale sia il vino che sente più suo, risponde senza scegliere davvero.

Ama gli Champagne dei piccoli o grandi produttori di Meunier, la salinità dei Vermentini liguri affacciati sul mare, ma quando pensa a un vino capace di farla sentire a casa, torna alla Barbera d’Asti che, come dice lei con un sorriso compiaciuto, va bene su tutto.

Più di una bottiglia in particolare, però, quello che continua ad affascinarla è il fatto che il vino non smetta mai di insegnare qualcosa. Ogni volta che pensa di aver capito un po’ di più questo mondo, le torna in mente la sensazione opposta: quella di avere ancora moltissimo da imparare. È proprio questa, forse, una delle ragioni profonde della sua passione.

C’è infine un episodio che riassume bene il suo rapporto con il vino, unendo ostinazione, entusiasmo e ironia. Nel 2015 partì per la Champagne con il suo Pandino del 1999. Tornò con l’auto piena di casse di vino, così piena da ostacolare persino la visuale posteriore. La fermò la gendarmerie. Le chiesero dove stesse portando tutto quel vino.

La sua risposta fu semplice:

“Nella mia cantina. Finalmente.”

È una chiusura perfetta non solo per un viaggio, ma per una storia: quella di una persona che nel vino non ha mai cercato un ruolo da interpretare, ma un linguaggio sincero con cui mettere in relazione bottiglie, territori e persone.



Commenti

Lascia un commento