Il primo incontro con il Ruchè risale a molti anni fa, durante alcune serate passate con mio zio in una piccola osteria nascosta tra i vicoli di Genova: il Mangiabuono. Un locale semplice, con tovaglie di carta a quadri bianchi e azzurri, capace però di creare quell’atmosfera autentica che solo certi posti sanno offrire.
Dietro al bancone c’era Maurizio Tavella, un oste nel senso più pieno del termine: preparato, appassionato e profondamente legato al vino, con una predilezione dichiarata per il Piemonte. Ogni bottiglia era per lui un punto di partenza: da lì prendevano forma racconti che attraversavano territori, vendemmie e storie di vignaioli.
A fine serata, quando il locale iniziava a svuotarsi, arrivava il momento più interessante. Le conversazioni si facevano un po’ più dirette e con meno filtri. Io ascoltavo in silenzio, senza comprendere tutto fino in fondo, ma con la sensazione chiara che quel mondo, prima o poi, mi avrebbe coinvolto.
Una sera in particolare mi è rimasta impressa. Maurizio, notando la mia curiosità e forse anche un po’ estenuato dalla raffica di domande che continuavo a fare, si chinò sotto il bancone e riemerse con una bottiglia: «Questo è un vino che sicuramente non conosci» disse con un sorrisino compiaciuto. Era un Ruchè.
Di quel primo assaggio ricordo poco in termini di profumi e gusto. I dettagli si sono un po’ persi nel tempo, lo ammetto. È rimasta però una definizione precisa riportata in quell’ etichetta : «Il vino degli innamorati».
Per anni il Ruchè è rimasto ai margini della mia memoria, oscurato da vini più noti e presenti nel panorama enologico: Nebbiolo, Pinot Nero, Chablis, e più recentemente macerati e rifermentati in bottiglia. Questo anche per una questione geografica: in Piemonte, rischia facilmente di passare in secondo piano rispetto a denominazioni ben più affermate. Eppure, è un vitigno che merita attenzione.
Dopo molto tempo passato a rimandare, ho deciso di andare direttamente alla fonte: Castagnole Monferrato.

La storia del Ruchè
La figura centrale nella valorizzazione del Ruchè è don Giacomo Cauda, arrivato nel 1964 come parroco a Castagnole Monferrato. Trovò vigne abbandonate e decise, con grande forza di volontà, di recuperarle. Cosí facendo si dedicó alla viticoltura con un approccio concreto, forte delle sue origini contadine.
Fù tra i primi a credere nel potenziale del Ruchè come vino in purezza, secco, in un periodo in cui veniva utilizzato prevalentemente come uva da tavola o per vini da taglio. La sua etichetta, “Ruchè del Parroco”, precede il riconoscimento della DOC (1987) e della DOCG (2010).
Amava dire: «Che Dio mi perdoni per aver trascurato il ministero per la vigna, ma con i proventi ho costruito l’oratorio e ristrutturato la canonica».
Il lavoro di questo parroco, che immagino come un mix tra il monaco Dom Perignon e Don Camillo, ha contribuito in modo determinante al rilancio del territorio. Negli anni ’70, grazie anche al sostegno dell’amministrazione locale, il progetto si è consolidato. Oggi la produzione supera il milione di bottiglie annue e il Ruchè ha trovato spazio anche sui mercati internazionali.

Perché vale la pena provarlo
Il Ruchè è un rosso semi-aromatico con un profilo distintivo: note floreali evidenti di rosa e geranio, accompagnate da una leggera speziatura, forse riconducibile al pepe bianco (se lo provi mi saprai dire).
Durante la degustazione in cantina emerge chiaramente come le versioni vinificate in solo acciaio siano quelle più immediate e leggibili. L’assenza del legno permette al vitigno di esprimersi senza interferenze, valorizzando la freschezza, il frutto rosso e la componente minerale. Le versioni con passaggio in legno, soprattutto se marcato, tendono invece, a mio gusto, a coprirne parte dell’identità. Con ciò, tuttavia, non voglio farti desistere dal provarle, vale sempre la pena provare tutto!
Perché “il vino degli innamorati”
La definizione non è casuale. Il Ruchè ha un profilo aromatico diretto e riconoscibile, capace di venire fuori già all’apertura della bottiglia. È un vino che gioca molto sulla componente olfattiva, sull’eleganza e su una certa immediatezza.
Non è un vino costruito sulla potenza, ma su una sua capacità innata di coinvolgere con naturalezza. Per questo si presta bene anche a contesti informali o a situazioni in cui si cerca qualcosa di distintivo, senza risultare impegnativo.
Per fare un esempio concreto: il giorno dopo questa breve gita l’ho stappato durante una grigliata, servito poco al di sotto della temperatura ambiente. Ha funzionato perfettamente, dimostrandosi centrato per l’occasione e capace di farsi apprezzare senza forzature.

Quel primo Ruchè assaggiato al Mangiabuono è stato, a posteriori, un passaggio importante nel mio percorso. Oggi tornare a questo vitigno significa anche riconoscere il valore di storie come quella di don Giacomo e di territori che, lontani dai riflettori principali, continuano a produrre vini autentici.
Se non lo hai mai provato, vale la pena iniziare da una versione base, vinificata in acciaio. È il modo più diretto per capirlo davvero.


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