La barbatella è il punto di partenza di ogni vigneto, prima ancora della sua realizzazione in campo.
Si tratta di una giovane pianta ottenuta dall’unione di due parti distinte: una marza di Vitis vinifera ( Riesling, Nebbiolo o Pinot Nero ) innestata su un portainnesto di vite americana.
Dopo una serie di operazioni vivaistiche, questo assemblaggio viene messo in commercio singolarmente o in mazzetti. Sarà poi il viticoltore, amatoriale o professionista, a metterlo a dimora nel terreno con le dovute accortezze.
Come è fatta una barbatella
Osservando la foto puoi distinguere chiaramente:

nella parte inferiore, il portainnesto di vite americana
nella parte superiore, la varietà europea che si desidera allevare
nel mezzo, il punto di innesto che unisce le due porzioni
Nella zona più alta è spesso visibile una patina cerosa di colore verdastro: si tratta di uno strato protettivo applicato in vivaio per difendere l’innesto dagli agenti esterni: siano essi meccanici, atmosferici o chimici.
Perché questa operazione?
Questa pratica, oggi considerata standard, si diffuse a partire dalla seconda metà dell’Ottocento in risposta all’epidemia di fillossera, un afide che devastò i vigneti europei causando perdite enormi.
L’utilizzo di portainnesti americani, naturalmente resistenti al parassita, permette ancora oggi di garantire la sopravvivenza della pianta.
La grande maggioranza dei vigneti che vediamo oggi nasce da barbatelle innestate come questa. Esistono però alcune eccezioni.
Le viti che crescono senza innesto, mantenendo la stessa identità dalle radici alla parte aerea, sono definite viti a piede franco.

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