Gianfranco Antoniali: coltivare sogni tra le alture della Valle Scrivia

Complice una splendida giornata di sole e nonostante una fastidiosa allergia stagionale, ho deciso di andare a trovare quello che, ad oggi, è l’unico produttore di vino della Valle Scrivia: Gianfranco Antoniali.

Arrivo a Minceto, piccola frazione montana di Ronco Scrivia, a circa 600 metri di altitudine. Faccio giusto in tempo a parcheggiare e aprire la portiera che una voce, da lontano, urla il mio nome. Mi guardo intorno: filari di vite, alberi da frutto… ma nessuna traccia umana. Poi, finalmente, una sagoma scura in movimento. È lui, Gianfranco, che da un terrazzamento più in alto mi invita a salire.

Non lo faccio attendere. Anche perché chi conosce, anche solo un po’, il lavoro in vigna sa bene che difficilmente ci si interrompe così, senza motivo, nel pieno delle attività.

Sta ultimando la legatura delle viti di Lumassina. Lo fa con quella concentrazione tipica di chi vuole finire in fretta, ma senza concedersi nemmeno il più piccolo errore.

Scarponi ai piedi, inizio la salita. Con disinvoltura taglio i terrazzamenti: forse più con entusiasmo che con tecnica.

Lo raggiungo. Indossa una cintura con gli attrezzi essenziali: filo per le legature, pinza, cesoia, martello. Pochi strumenti, ma tutti indispensabili in questa fase del lavoro.

Senza troppi convenevoli Gianfranco comincia subito a raccontare.

Parla della Lumassina: dopo Timorasso e Nebbiolo ha deciso di allevarne alcune centinaia di piante, giusto per metterla alla prova in cantina. Con un sorriso appena accennato, sostiene che abbia un grande potenziale. Ed è proprio in questa scelta che si riconosce il suo approccio: curiosità, sperimentazione e una certa libertà dagli schemi.

Le domande nascono spontanee, una dopo l’altra.

Nei momenti di pausa, impugno la macchina fotografica e catturo qualche scatto. C’è qualcosa di profondamente autentico nel vedere un contadino lavorare la propria terra: il mondo sembra restringersi a quel gesto, a quel ritmo, a quella concentrazione.

Anche il silenzio, quando arriva, non è mai vuoto. È fatto dei suoni della primavera, del rumore secco dei tralci piegati con precisione e legati al filo di banchina. Ogni tanto Gianfranco si ferma, spiega, indica, mostra. Non solo cosa sta facendo, ma perché lo fa proprio così.

Poi, a un certo punto, si concede una pausa. Si toglie il cappello, distende le gambe, sistema gli attrezzi e, con soddisfazione, esclama:
“Ecco, finalmente ho finito”.

È lì che il lavoro lascia spazio al racconto.

In queste alture dell’entroterra genovese, soprattutto dopo le nevicate, emergono segni sorprendenti che difficilmente nella bella stagione si possono notare: terrazzamenti, un tempo coltivati, che riappaiono come una mappa antica incisa nella montagna.

Gianfranco ha deciso di ripartire proprio da lì. A modo suo.

Ha piantato Nebbiolo, convinto che i più grandi vini nascano da quest’uva. E questa non è una convinzione astratta: è un pensiero che si muove usando come punti di riferimento territori ben precisi, dai grandi vini delle Langhe come Barolo e Barbaresco fino al nord del Piemonte nelle denominazioni Ghemme, Gattinara, fino alla Valtellina. Tutti luoghi diversi, ma legati da un filo comune fatto di eleganza, struttura e capacità di attraversare il tempo.

Accanto al Nebbiolo, il Timorasso: uno dei pochi bianchi italiani che non teme gli anni, anzi li cerca. Due scelte che raccontano una visione precisa: creare vini non solo immediati, ma capaci di crescere.

Le vigne si trovano su terrazzamenti perfettamente esposti a sud, dove la luce accompagna le piante per gran parte della giornata.

Ma è in cantina che tutto prende forma.

Sia il Nebbiolo che il Timorasso passano in botti esauste: questo perché non vuole aggiungere aromi tipici del legno nuovo, né far lasciare dallo stesso un’ impronta evidente, ma per lavorare in modo più sottile: smussare le spigolosità tipiche di queste uve e rendere i vini ottenuti più armonici.

Camminando tra i filari, si incontrano anche alcune viti a piede franco di una varietà locale ormai rara: il Nibiô, un antico incrocio tra Dolcetto e Neretta. Non sono molte. Gianfranco racconta che, prima del suo arrivo, erano state abbandonate, alla mercé del tempo e degli animali.

Oggi sono state recuperate, rimesse a spalliera e curate con la stessa attenzione delle altre varietà. Un gesto a parer mio nobile e a suo modo anche educativo: mantenere un legame con ciò che c’ è stato prima, oltre che portarvi rispetto.

Gianfranco non è solo. Con lui ci sono i suoi cani, Blanco e Frida, compagni inseparabili e attenti custodi del territorio.

E poi c’è tutto il resto.

Perché qui non c’è solo vite, ma un piccolo universo agricolo variegato: mele Annurca e Renetta stellata, pere, gelso, carrubo. Ortaggi di ogni tipo tra cui carciofi, radicchi, finocchi, borragine, fagioli e tanti altri, coltivati sempre con cura.

Recentemente ha piantato anche ulivi provenienti dalla Basilicata, scelti per la loro resistenza al freddo. Anche se, come osserva lui stesso, con il cambiamento climatico questa caratteristica potrebbe presto diventare meno determinante.

Ma non sono solo le piante ad essere protagoniste di questo piccolo mondo: qua troviamo anatre che, di tanto in tanto, escono e vanno a deporre uova qua e là, quasi come se volessero creare una caccia al tesoro per l’ allevatore. Mi mostra orgoglioso due bellissime oche di Tolosa, faraone, galline Australorp (varietà altamente produttiva) e altre galline variopinte e ciuffate.

Arriva il momento della visita in cantina e qui la narrazione cambia ritmo. Gianfranco mostra la zona di vinificazione, le bottiglie delle annate passate, gli strumenti del mestiere, foto qua e là di un Minceto d’ altri tempi in cui è ben più evidente quanto fosse forte allora la tradizione agricola.

Anche altri oggetti attirano la mia attenzione, strumenti che raccontano tante cose in più: tra questi una serie quasi illimitata di cavagne (ceste) per la raccolta di funghi e castagne, bottiglie con esperimenti di liquori da piccoli frutti o erbe (esperimenti, a mio parere, ben riusciti), attrezzi da lavoro, essiccatoi, libri.

Come posso definire tutto questo? È sì uno spazio che parla di vino ma anche di manualità, tempo, curiosità e passione.

Alla fine, una sensazione mi è chiara: Antoniali non è una persona che si limita a immaginare.

È un uomo le cui mani portano i segni di mille lavori, mentre i suoi occhi, soprattutto nel racconto, lasciano intravedere sogni ancora da compiere. E lui li prende, uno alla volta, e li realizza.

È una storia già vista, in fondo: qualcuno arriva in un piccolo paese con idee nuove, magari considerate strane, se non addirittura folli (nel senso più romantico del termine) e incontra inizialmente diffidenza.

È normale. Ciò che rompe la routine, all’inizio, spiazza.

Lui, però, va avanti. Senza bisogno di dimostrare nulla a nessuno.

E nel farlo dimostra che anche ciò che sembra fuori contesto può funzionare, se coltivato con attenzione.

Prima lavorava in ferrovia. Poi, con la pensione, ha iniziato questa nuova avventura.

E quando parla del futuro lo fa con una leggerezza disarmante:
“Ho un contratto di vita fino a 117 anni”, dice.

Guardandolo, viene da credergli. 🍷

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