Parto con una piccola premessa:
Questo argomento, ad oggi, è ancora oggetto di conflitto ideologico tra tradizionalisti e innovatori, siano essi semplici bevitori o produttori. Il mio invito verso il lettore è e sarà sempre quello di esprimere qualsiasi giudizio critico solo in base ai fatti vissuti in prima persona rispetto ai pregiudizi e al sentito dire.
Detto ciò.
Quando si parla di viticoltura biodinamica e vino biodinamico, spesso si crea molta confusione.
C’è chi la riduce a una pratica esoterica, chi la usa come marchio di qualità, chi la rifiuta a prescindere senza sapere bene cosa includa.
Qui provo semplicemente a spiegare che cos’è, in termini concreti.
La viticoltura biodinamica nasce a partire dalle idee sviluppate da Rudolf Steiner negli anni Venti, come risposta ad un’agricoltura che già allora mostrava segni di impoverimento dei suoli. Da questa situazione è nato un approccio agricolo che oggi viene applicato in molti contesti e la vigna è una di questi.
Dal punto di vista pratico, la biodinamica è prima di tutto un metodo di gestione del vigneto.
Il suo obiettivo principale è mantenere il suolo vivo e fertile, favorire l’equilibrio della pianta e ridurre al minimo gli interventi esterni.
Quindi: non si usano diserbanti, pesticidi o concimi chimici di sintesi.
Si lavora invece su:
vitalità del terreno
biodiversità
equilibrio tra pianta, suolo e ambiente
Soprattutto: prevenzione più che correzione.
Una parte caratteristica della biodinamica è l’uso dei cosiddetti “preparati”.
Sono sostanze ottenute da materiali naturali (letame, silice, piante officinali) che vengono trasformate secondo procedure precise e poi impiegate in dosi molto ridotte, dinamizzate in acqua e distribuite sul terreno o sulle piante.
I più noti sono:
il 500 (cornoletame), usato per stimolare la vita del suolo
il 501 (cornosilice), usato per favorire lo sviluppo vegetativo e la relazione della pianta con la luce
Accanto ai preparati, nella biodinamica si utilizza anche un calendario agricolo che tiene conto dei ritmi lunari e planetari per programmare alcune lavorazioni.
E questo aspetto è quello che più spesso viene criticato, perché si colloca fuori dai modelli scientifici classici. Ed è importante dirlo chiaramente: la biodinamica non è un sistema fondato esclusivamente su basi scientifiche sperimentali.
È un metodo agricolo che unisce osservazione empirica, pratiche agronomiche e una visione filosofica della natura.
Nella realtà dei vigneti, questo significa che sotto l’etichetta “biodinamica” possono convivere situazioni molto diverse.
Ci sono aziende che applicano questi principi in modo rigoroso, con grande attenzione al suolo, al lavoro manuale, alla riduzione degli interventi.
E ce ne sono altre che si limitano ad adottarne alcuni aspetti in modo più superficiale.
Per questo, più che alla parola in sé, ha senso guardare il come viene lavorata una vigna:
che tipo di suolo si costruisce, quanta “chimica” si usa, che rapporto c’è tra chi coltiva e il posto in cui lavora.
La viticoltura biodinamica non è una garanzia automatica di qualità.
È un approccio.
Può essere fatto bene o male, seriamente o in modo ideologico.
Capirla significa prima di tutto separare il metodo dalle semplificazioni, e osservare cosa succede davvero in vigna.
Possiamo credere o non credere a certe pratiche, questo è molto personale.
Ma stiamo parlando di vino e ciò che mi interessa e voglio trasmettere in questo spazio è se quello che abbiamo nel bicchiere ci dice qualcosa, cioè se riusciamo a degli un’ identità. E soprattutto se la filosofia che sta alla base di certe pratiche ci interessa e ci persuade a conoscere qualcosa di più.
La scelta sta a noi.


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