Scrivo dall’ entroterra ligure, in provincia di Genova.
Non è una zona vocata alla viticoltura, non ci sono denominazioni famose, non ci sono colline disegnate per la cartolina, non c’è un racconto vitivinicolo forte che identifichi questo posto.
Il vino c’è sempre stato, ma non è mai stato il centro di tutto.
Qui ora il paesaggio è fatto di boschi, orti, piccoli appezzamenti, case sparse. Una terra più di passaggio che di produzione, più di lavoro quotidiano che di immagine.
Eppure, spostandosi di poco, le cose cambiano.
A pochi chilometri ci sono zone che hanno una storia vitivinicola più chiara: il Gavi, con un’identità ormai riconosciuta, la piccola sottozona dela Val Polcevera con la sua bianchetta genovese e la Val Borbera, che per me è un riferimento importante.
In Val Borbera ho visto succedere una cosa che mi ha molto colpito:
persone giovani che hanno scelto di tornare, di recuperare terreni abbandonati, di rimettere mano ai campi e di provare a (ri)costruire qualcosa lì.
Non parlo solo del Timorasso, uva che in quella valle fa da padrona, ma di un modo di stare in un posto.
Aziende piccole, alcune nate da pochi anni, che lavorano in condizioni non semplici, senza un modello già pronto, senza un mercato scontato.
Una scelta di restare, di tornare, di investire tempo e fatica in una zona che non promette niente di facile.
Forse è anche per questo che mi sento legato a quei luoghi.
Perché vengo da una zona che non è “da vino”, ma vive accanto a territori dove il vino sta tornando a essere una cosa concreta, fatta di mani, di prove, di tentativi.
Ed è da questa vicinanza, da questo stare a lato, che nasce il mio modo di osservare il vino.


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