Il problema non è non capirne, ma fingere

A volte si ha la sensazione di dover capire qualcosa: cosa si sente, se è buono, se si sta dicendo la cosa giusta.

Quando questa sicurezza non arriva, può succedere qualcos’altro: si finge.

Si annuisce. Si usano parole sentite altre volte.
Si ripetono giudizi già sentiti che sembrano funzionare anche in quel contesto. Tutto ciò per una forma di adattamento.

In certi ambienti, ammettere di non capire sembra più grave che dire qualcosa di impreciso.

Il vino, così, smette di essere un’esperienza e diventa una piccola prova sociale.

Non si beve più per ascoltare quello che succede nel bicchiere, ma per verificare se si è all’altezza della situazione.

E questo sposta completamente il senso di quello che vorrei invitarti a fare.

Il problema, allora, non è non avere gli strumenti giusti, ma
sentire che non sia permesso usarne di propri.

Dire:

“Non mi convince”

“Non mi dice molto”

“Non so bene perché, ma non mi interessa”

sembra meno accettabile che parlare di profumi, struttura o equilibrio.

Eppure queste frasi sono molto più oneste, no?

Fingere, nel vino, è una forma di difesa. Serve a non esporsi, a non sembrare fuori posto, a non interrompere l’armonia del contesto.

Ma ha un costo. Allontana dal vino e, alla lunga, anche dal piacere di berlo.

Il vino funziona meglio quando smette di essere una verifica. Quando non c’è una risposta giusta da dare. Quando è possibile dire che qualcosa non torna
senza doverlo giustificare troppo.

Non capire tutto non è un problema.
Fingere di capire, spesso, sì.


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